Prima lettera (Edith)

Caro Ernest,
sei partito da meno di due giorni e già mi ritrovo qui a scriverti, sola, nel silenzio più totale.
Era proprio il silenzio che temevo, quando mi desti l’annuncio della tua partenza. E il silenzio mi trovò all’istante, ad un secondo appena dal tuo saluto. 
Qui la vita prosegue come prima o almeno così pare agli occhi poco attenti di chi mi conosce appena.
Oggi a scuola ho dovuto consolare la piccola Anna: un compagno di classe le ha raccontato la storia del vascello fantasma. La conosci? Quella stupida storia si tramanda di generazione in generazione, da queste parti. Ricordo che mio padre la raccontava sempre a me e ad Astrid, da bambine, per convincerci a non andare mai da sole in riva al lago. Per paura che affogassimo in acqua ci faceva inondare dal terrore. Probabilmente era convinto che un terrore immaginario fosse più sopportabile di uno reale.

“Maestra, maestra” – mi ha urlato contro al mio arrivo, con le lacrime agli occhi e la manica del grembiule sporca di muco. Anna è una bambina così fragile, così delicata. Mi ricorda tanto me, prima che la vita m’indurisse la corazza. 
Il vascello, narra la storia, era guidato da un giovane comandante arrogante ed ambizioso. Un giorno, l’equipaggio, stanco di subire angherie, lo ammutinò. La testa del comandante venne troncata di netto e appesa all’albero maestro. La leggenda vuole che lo spirito indomito del giovane tornò nella notte a sterminare l’equipaggio e il vascello fu condannato a restare nei confini del lago, a rivivere ogni notte la notte del massacro. Per sempre.

Avrei potuto spiegarle che era solo una storia, una favola macabra, un inganno. Ma spiegare ad un bambino che qualcosa che ha provato così intensamente e forte sulla pelle, non esiste, non è impresa facile. Le ho raccontato, allora, che nessuno è stato ucciso su quel vascello. Che il giovane comandante si era innamorato e prima di partire aveva fatto una promessa alla sua amata: sarebbe tornato da lei, anche se ci fossero voluti mille anni. La giovane l’aveva aspettato per settimane, mesi, anni. Era invecchiata nell’attesa del ritorno del suo amato ma lui non era mai tornato: il vascello era affondato durante un temporale e il giovane non aveva potuto mantenere la promessa. Così ogni notte il vascello compare sul lago, il posto in cui i due amanti si erano dati l’ultimo bacio, affinché il loro spirito possa rincontrarsi.

Anna mi ha guardata con quegli occhi grandi, è rimasta in silenzio qualche secondo, poi ha ricominciato a piangere ancora più forte. Forse avrei dovuto lasciarle la paura, invece di mostrarle il dolore. Mi sembrava una storia romantica ma, pensandoci, non c’è niente di romantico nell’attesa di qualcosa che non accadrà mai. 

Caro Ernest, se puoi, torna da me. 

Tua Edith.

4 settembre 1915

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Rompere col passato

Si dice “rompere con il passato”, è chiaro che non può essere un processo indolore. E ci sono due modi per affrontare il dolore: arrendersi ad esso o combatterlo.
Sembrerà assurdo ma la serenità l’ho trovata quando mi sono arresa.
Arrendersi al dolore non significa farsi sovrastare da esso, ma accettare che ci sia e imparare a conviverci. Mi sono dimenata a lungo nel tentativo di combatterlo ad armi pari ed è lì il problema: la lotta col dolore non è mai ad armi pari. Lui ti vede, ti osserva quando ancora non ti sei neppure reso conto della sua presenza. Il dolore ti conosce, sa i tuoi punti deboli, sa a quale ora del giorno hai i nervi più scoperti e quali sono le notti in cui può riuscire meglio a sovrastare il sonno. La lotta contro il dolore non può fare altro che toglierti energie e renderti più debole.
Il segreto è prenderlo per mano, farci una lunga partita a dama o abbracciarlo, se necessario.
Imparate a conoscere il vostro dolore e a capire di cosa ha bisogno. Potrebbe servirgli una passeggiata all’aria aperta o una corsa a piedi scalzi sulla sabbia; un libro davanti al camino in inverno o una cioccolata calda. Potrebbe aver bisogno di una coperta di lana o di un ciondolo porta fortuna. Di un ricordo tirato fuori al momento giusto o di uno ricacciato giù da dove era partito.
Ma la cosa più importante quando si rompe col passato è proprio rassegnarsi alla rottura. Se rompiamo un oggetto a cui teniamo tanto, il primo istinto è quello di aggiustarlo. Non fate questo errore col passato. Il passato è come una minuscola tazzina di porcellana: quando si rompe lo fa in un milione di pezzi ed è talmente piccola che riattaccarli insieme è veramente difficile. Ammesso che ci riusciate sarà impossibile nasconderne le crepe e al minimo urto i punti di giuntura si riapriranno. Buttate la tazzina e compratene una nuova o una più grande e resistente o, ancora meglio, siate capaci di farne a meno.

“Gli uomini perdono troppo tempo a pensare al passato. Comunque sia stato è storia”, dal film  “L’uomo senza volto”.

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Edith

C’erano, in lei, pensieri che sfuggivano al controllo. Espressioni. Giochi di luce.
Un caos di forme in totale disarmonia.
Macchie di colore. Strati di polvere. Grovigli di ricordi.
Aveva negli occhi dei riflessi strani, schegge di vetro impazzite. Si scioglieva al contatto col mondo, come le facesse allergia o un’allegria insolita.
Si sentiva indomita ma l’addomesticava la vita. S’ancorava al passato più di quanto fosse necessario per essere infelice. La dilaniava il mondo.
Aveva sogni che la possedevano più di quanto lei possedesse loro. Sentiva solo, e forte, quell’istinto innato di descriversi a parole, di osservare il mondo e raccontarlo.

Voleva solamente scrivere.

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